Le monete perdute Il caso di Ebusus

 

Misure dei rapporti isotopici di piombo su monete di epoca romana

Le monete perdute Il caso di Ebusus

La Storia

È risaputo che nell’antichità la forma di commercio più diffusa era il baratto: le merci potevano, infatti, essere acquistate anche in cambio di animali addomesticati oppure, come facevano i Romani, utilizzando il sale come moneta di scambio.
La vera esigenza di coniare una moneta in metallo di cui fosse stato possibile riconoscere provenienza e valore derivò dall’ampliarsi delle rotte commerciali che rendeva abbastanza problematico il portarsi dietro animali o altri beni che avrebbero potuto facilmente danneggiarsi, essere rubati o distrutti.
La penisola iberica, situata nella parte più ad ovest del Mediterraneo e, quindi, lontano da centri culturali protagonisti dello sviluppo sociale e politico del primo millennio a.C., fu interessata da episodi di colonizzazioni fenicie e greche. L’attiva presenza di naviganti e commercianti sul litorale iberico mediterraneo ha favorito lo scambio di beni, servizi, idee e, di conseguenza, anche lo sfruttamento delle risorse locali, in particolare quelle metallifere. Non sorprende, dunque, che Ebusus, colonia fenicia fondata verso la metà del VII secolo a.C. (e oggi nota come Ibiza), fosse uno dei principali centri di coniazione dell’Hispania. Sotto il dominio cartaginese, la zecca di Ebusus coniò monete circolanti nel Mediterraneo fino al litorale campano.

La scoperta

Così come accade ai nostri giorni, anche nell’antichità era diffusa la pratica di coniare monete false da immettere in circolazione. Secondo un recente rapporto della squadra di Anti Falsificazione Monetaria dell’Arma dei Carabinieri, nelle province di Napoli e Caserta “agisce storicamente un gruppo di falsari professionisti responsabili dell’80% della falsificazione a livello mondiale”. Ebbene, quello “storicamente” potrebbe avere un significato ben più profondo e radicato di quanto si immagini. Guarda caso, un gran numero di presunte antiche monete di Ebusus falsificate sono state rinvenute nell’ager vesuvianus facendo ipotizzare l’esistenza, anche in tempi antichi, di un’organizzazione di contraffazione nei pressi di Pompei.
Un’ipotesi tutta da valutare e verificare, la cui validità è stata messa in discussione grazie a uno studio condotto.

Il piombo, l'elemento della tracciabilità

Il lavoro proposto dal Dott. Giacomo Pardini dell'Università degli studi di Salerno ha previsto la selezione di 66 campioni di monete antiche da analizzare: 36 di autentiche monete coniate ad Ebusus e 30 provenienti dall’area campana. Tra queste ultime, alcune monete sono state rinvenute in recenti scavi condotti a Pompei, altre provengono da una collezione privata.
Al fine di ottenere informazioni rilevanti sulla loro effettiva provenienza, abbiamo eseguito una misurazione dei rapporti isotopici del piombo presente all’interno delle monete stesse ricorrendo alla TIMS (Thermal Ionization Mass Spectometry). L’analisi è stata condotta utilizzando uno spettrometro di massa all’interno dei meandri dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS).
Scoprendo in che rapporto sono tra loro i vari isotopi di piombo all’interno di ciascun campione è possibile risalire, attraverso una successiva comparazione dei risultati di analisi delle monete certamente autentiche e di quelle campane, alla provenienza geografica del reperto e alle materie prime utilizzate per la sua lavorazione.

I risultati ottenuti!

Tra le monete campane utilizzate 22 su 30 mostrano una composizione isotopica che è sicuramente compatibile con quella delle monete di Ebusus, mentre 8 non sono compatibili. Inoltre, grazie all'analisi di una grande quantità di esemplari è stato possibile individuare il luogo d'origine del piombo utilizzato nella zecca ebusitana. Sembra, infatti, provenire dall'area mineraria di Cartagena (Carthago Nova), confermando così l'importanza della piccola isola nel Mediterraneo occidentale tra il III e il II secolo aC.

Il fatto che la maggior parte delle monete ritrovate in Campania siano state coniate con lo stesso piombo utilizzato dalla zecca di Ebusus costituisce un indizio fondamentale per comprendere l’identità dei protagonisti dietro questa strabiliante orchestrazione. Potrebbe trattarsi di commercianti pubblici o privati provenienti sia dalla penisola iberica che dal territorio italiano, probabilmente dall’area nei pressi di Pompei dove, lo ricordiamo, è stata ritrovata la maggior parte delle monete Ebusitane e delle loro imitazioni. Non è da escludersi l’ipotesi dell’esistenza di un collegamento tra chi ha portato monete da Ebusus in Campania e chi ha prodotto le imitazioni sul suolo italiano, sottolineando, in ogni caso, come entrambe le parti abbiano contribuito all’intensificarsi di scambi commerciali con la penisola iberica immediatamente dopo la seconda guerra punica.